Space is the place by John. F Szwed

Space is the place by John. F Szwed

autore:John. F Szwed [Szwed, John. F]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Minimum Fax


Rumore e libertà

«Rumore» era una delle prime parole che venivano in mente a chi ascoltava l’Arkestra di Sun Ra negli anni Sessanta. In senso astratto, «rumore» è l’attributo scientifico di ciò che è imprevedibile, incontrollabile, estraneo al sistema. In musica, il rumore è la mancanza di un’altezza tonale definita, la presenza del suono disorganizzato, il volume eccessivo. Tuttavia, al pari di «follia», è un termine facile da usare ma difficile da giustificare oggettivamente. La parola inglese noise ha una lunga tradizione di ambiguità: per Shakespeare e gli elisabettiani significava discussione o lite, ma era utilizzata anche per indicare un gruppo di musicisti o un «suono piacevole o melodico». Allo stesso modo, la distinzione tra «rumore» e «musica» è fortemente ambigua e soggettiva.

La storia della musica occidentale potrebbe essere riscritta in termini di un progressivo trionfo del rumore su ciò che viene percepito come suono puro, dove il «rumore» di un’epoca diventa poco per volta la «musica» dell’epoca successiva: l’armonia si intensifica, aumentano le dimensioni dei gruppi musicali, compaiono nuovi strumenti o nuove tecniche per suonare gli strumenti vecchi, oppure si mettono in risalto gli elementi rumoristici intrinseci ai suoni puri. Furono principi simili a portare i futuristi italiani del primo Novecento a riconoscere sommariamente l’aumento del rumore nella vita moderna, salvo poi affermare che era aumentata anche la fame di rumore, una fame che doveva essere soddisfatta proprio dalla musica. Il rumore, a loro giudizio, era più ricco di armonici rispetto al suono puro, e se la gente non lo capiva bisognava sottoporla all’ascolto intensivo per istruirla a cogliere la musicalità del rumore e comprenderne l’effetto emotivo. Si potevano inventare nuovi strumenti, gli «intonarumori», per creare suoni completamente nuovi, rumori musicali. Non trovando nella natura alcun modello adeguato per questo genere di rumore, i futuristi lo cercarono nella modernità in quanto tale, nei trasporti, nel volume e nelle dimensioni stesse della vita cittadina.43

Il Futurismo era nato in un’epoca in cui l’invenzione della registrazione sonora aveva accresciuto la richiesta di novità e idee musicali inedite, una richiesta destinata a moltiplicarsi nel corso degli anni. Alla fine degli anni Quaranta, però, le innovazioni in campo elettronico avevano ridimensionato l’esigenza di nuovi strumenti rumoristici. Il filofono, il nastro magnetico e le tecnologie collegate – la registrazione multitraccia, la variazione di velocità, il flanger, il looping e via dicendo – aprirono un mondo di possibilità acustiche nuove. Ma poi arrivarono gli strumenti amplificati elettronicamente, e con essi la distorsione, un fenomeno dapprima bollato come «difficoltà tecnica», un difetto tecnologico. La distorsione, tuttavia, permetteva ai suoni più semplici di assumere significati totalmente nuovi: il musicista ha perso il controllo dello strumento, è incapace o troppo potente per lo strumento, oppure la musica che produce è più naturale, primitiva e spontanea, forse più pericolosa.44

Con il passare dei decenni la quantità e l’onnipresenza della musica avrebbero assunto proporzioni fino a quel momento sconosciute. Di pari passo crebbe il desiderio di suoni disorganizzati, ma anche l’esigenza di suoni slegati da intenzioni estetiche, di un silenzio organizzato (una sorta di rumore in assenza di organizzazione sonora).



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